Violenza contro i lavoratori migranti, necessario rafforzare prevenzione e repressione

“Ci sono uomini e donne che si rotolano nella polvere per raccogliere un pomodoro o strappare una patata, uomini e donne che vivono in catapecchie diroccate, uomini e donne per cui sei, sette, dieci euro sono una somma che ha il potere di dividere la vita dalla morte. E che a sera, santamente, raccolgono e contano uno sull’altro per pochi spiccioli, dicendosi vivi”.
Uomini e caporali, Alessandro Leogrande

Da questa realtà, che continua a segnare profondamente il settore agricolo in ampie aree del nostro Paese, non si può che partire per esprimere il più profondo cordoglio e una ferma condanna per i gravissimi fatti avvenuti in Calabria, che hanno causato la morte di giovani lavoratori. Ad Amendolara, in provincia di Cosenza, tre lavoratori migranti di origine afgana e uno di origine pakistana sono rimasti vittime di un quadruplice omicidio. Le vittime si trovavano a bordo di un minivan che, secondo quanto ricostruito, sarebbe stato successivamente incendiato. I quattro giovani sono morti arsi vivi.

Si tratta di un fatto di inaudita gravità che ci impone una riflessione urgente e non più rinviabile sulle condizioni quotidiane di violenza, disumanità delle relazioni e bestialità della sopraffazione in cui versano molti lavoratori migranti impiegati nei settori agricoli e sulla persistenza di forme di sfruttamento che continuano a produrre morti. La tragica vicenda è un simbolo delle profonde disuguaglianze e ingiustizie che attraversano il settore agricolo in Italia. Questo episodio non è un caso isolato, ma piuttosto una manifestazione evidente di un sistema che, troppo spesso, tollera sfruttamento, precarietà e mancanza di tutele per i lavoratori più vulnerabili.

In questa prospettiva, è impossibile non richiamare la tragica morte di Satnam Singh, avvenuta nel giugno 2024, simbolo drammatico delle condizioni di ricattabilità e insicurezza che ancora oggi colpiscono troppi lavoratori nei campi italiani, l’assurdo omicidio di Bakari Sako a Taranto e i tanti, troppi episodi di cronaca che vedono vittime i lavoratori migranti, e che impongono al nostro Paese e alle nostre coscienze una responsabilità collettiva, ma anche un salto di qualità nell’azione di contrasto.

Il sistema del caporalato si basa su una filiera che alimenta un circolo vizioso di povertà e sfruttamento. I braccianti lavorano in condizioni disumane, privi di contratti regolari, sicurezza sul lavoro e spesso perfino delle necessità di base, come acqua potabile e riparo adeguato. La questione di base non è più solo economica o legislativa, ma morale e sociale: la normalizzazione di queste pratiche disumanizzanti non è compatibile con i principi fondamentali di dignità e rispetto sanciti dalla Costituzione italiana e dalle convenzioni internazionali.

In questo quadro, il programma Su.Pr.Eme. 2, attivo nelle cinque regioni del Sud Italia (Calabria, Campania, Puglia, Basilicata e Sicilia), rappresenta un ecosistema pubblico-privato di impegno e sforzo per contribuire a contrastare lo sfruttamento e tutelare le persone che vivono e lavorano nel nostro Paese. Su.Pr.Eme. 2 opera attraverso interventi integrati che comprendono l’emersione delle situazioni di fragilità, il supporto e la protezione dei lavoratori, il rafforzamento dei servizi di accoglienza e inclusione, nonché azioni di prevenzione e sensibilizzazione nei territori e nei settori maggiormente esposti.

Alla luce dei fatti recenti è necessario rafforzare congiuntamente repressione e prevenzione, concentrando energie e capacità d’urto laddove la criminalità si mescola a un’economia agricola malsana. Ciò va fatto necessariamente attraverso il coordinamento tra istituzioni nazionali, regionali e locali, forze ispettive, parti sociali e terzo settore, affinché la tutela della vita, della dignità e della sicurezza dei lavoratori diventino una priorità concreta e non più rinviabile. Il contrasto allo sfruttamento lavorativo non può essere affidato a interventi frammentati, ma richiede un impegno strutturale, continuo e condiviso, capace di incidere in profondità sulle cause economiche e sociali del fenomeno.

Il lavoro non è solo un mezzo di sussistenza, ma un elemento fondamentale dell’identità e della dignità umana. Quando i lavoratori vengono trattati come ingranaggi usa e getta di un sistema produttivo, perdiamo tutti qualcosa di essenziale: l’umanità.